articolo inserito da Serial TV  -  fonte: Girl Power: TV Blog

Quando muore qualcuno in Italia almeno i due giorni successivi non si parla d’altro. Accade lo stesso anche quando muore una fiction e nello specifico La squadra, la fiction italiana poliziesca più longeva. Oggi Repubblica ha intervistato gli autori della fiction che ne hanno approfittato per togliersi qualche sassolino dalla scarpa. Mario Cristiani, che a La Squadra ha lavorato dal 2002 al 2007 come head writer (supervisore alle storie e alle sceneggiature), cita in particolare tre temi affrontati nel corso delle stagioni - uranio impoverito, Brigate rosse e eutanasia - («non le dico i richiami e le proteste, ci attaccavano da tutte le parti»), per spiegare il tramonto forzato di Pietro Guerra e soci.

«Il punto di forza della nostra Squadra - dice Cristiani - era dare spaccati di realtà nazionale. Era un progetto che si basava sull’idea, forse un po’ folle, di raccontare l’Italia in un momento in cui l’informazione non lo faceva più, usando la “detection” come scusa per mettere in scena argomenti delicati. O scottanti. E per questo, già tempo fa, avemmo le nostre belle grane. Che ora paghiamo tutte insieme».
«“Spaccanapoli” sarà tutta un’altra cosa, molta azione, poca attenzione al reale. Invece noi - dice Cristiani - volevamo far sentire voci diverse, approfondire, dare altri punti di vista». Ad esempio sull’eutanasia («Ce ne occupammo prima del caso Welby. Un sacco di polemiche»). O sulla rinascita delle Br («La puntata andò in onda prima degli arresti di Padova. Ci dissero che non aveva senso parlarne, che eravamo anacronistici.

«Quando a La squadra hanno assegnato la serata del mercoledì - dice Cristiani - ho capito che gli ascolti sarebbero precipitati per via del calcio, e che il nostro destino era segnato».

La Squadra